L’IDEALISMO REALISTA DI NEOMCCAIN

L’Economist in edicola oggi spiega una cosa che su queste colonne avete letto più volte: chiunque entrerà alla Casa Bianca il 20 gennaio 2009 non ribalterà l’approccio alla politica estera di George W. Bush. “E’ bizzarro – scrive – quanto spesso gli stranieri restano sorpresi dall’apprendere che i presidenti americani servono gli interessi americani, non quelli del resto del mondo”. Ci sarà una gran parlare della necessità di lavorare insieme con gli alleati, ma in realtà non sarà molto diverso da quanto già detto e fatto dall’attuale Amministrazione nel suo secondo mandato. Quando, e se, servirà, gli americani agiranno da soli. John McCain è il candidato che è più in sintonia con la dottrina Bush post 11 settembre. La retorica può apparire diversa, ma la sostanza è la medesima, forse ancora più diretta di quella di Bush. Nell’importante discorso di mercoledì a Los Angeles, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha ripetuto agli alleati che “odia la guerra”, chiuderà Guantanamo, non offrirà scuse a chi pensa che l’America torturi i terroristi e si occuperà del surriscaldamento terrestre. McCain, inoltre, ha rassicurato gli alleati dicendo che il loro sostegno e i loro consigli saranno fondamentali e saranno presi in considerazione. Ma, sul merito, la sua America non arretrerà di un millimetro in Iraq e nella lotta senza quartiere ai guerrasantieri di Allah e ai regimi che si vogliono dotare dell’atomica, punterà su una “Lega delle democrazie”, più che sulle vetuste Nazioni Unite, vorrà ampliare il G8 alle grandi economie democratiche di India e Brasile, chiudendo la porta ai sogni autoritari della Russia, e trasformare la Nato in un baluardo militare della libertà. McCain ha detto che per vincere le sfide ci vuole molto di più della semplice forza militare, ma la strategia mediorientale sarà contro lo status quo dispotico. “Sono un idealista realista”, ha detto McCain per usare un sinonimo meno urticante di “neocon”. di Christian Rocca
27 MAR 08
Ultimo aggiornamento: 04:33 | 8 AGO 20
Immagine di L’IDEALISMO REALISTA DI NEOMCCAIN
Pubblichiamo il testo quasi integrale del discorso sulla politica estera tenuto dal candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, il senatore John McCain, a Los Angeles mercoledì 26 marzo.
Un giorno, quando avevo cinque anni, una macchina si fermò davanti alla nostra casa di New London, Connecticut, e un ufficiale della Marina chiamò mio padre dicendogli che i giapponesi avevano bombardato Pearl Harbor. Mio padre partì immediatamente per andare alla base sottomarina alla quale era stato assegnato. Per i successivi quattro anni non lo vidi quasi mai. Mio nonno, che comandava un’unità sotto la guida dell’ammiraglio Halsey, tornò a casa sfinito dalla guerra e morì il giorno dopo. In Vietnam, dove ho stretto le più grandi amicizie della mia vita, alcuni di questi miei amici hanno perso la vita e non sono ritornati nel paese che amavano così tanto.
Odio la guerra. Forse non sarà la cosa peggiore che può capitare agli esseri umani, ma è comunque una cosa assolutamente spaventosa. Quando le nazioni cercano di risolvere le loro controversie con la forza della armi, milioni di uomini sono destinati a morire. La vita dei più eroici patrioti di una nazione viene sacrificata. (...)
Sono un idealista, e credo che oggi sia possibile rendere il mondo in cui viviamo un luogo migliore e più pacifico, nel quale i nostri interessi e quelli dei nostri alleati siano più sicuri, in cui gli ideali americani e i principi della libertà individuale e del libero mercato possano essere ulteriormenti promossi. Ma sono anche, grazie alle esperienze che ho vissuto, un idealista realista. So che dobbiamo impegnarci a fondo per costruire nuove fondamenta per una pace solida e duratura. Non possiamo semplicemente desiderare che il mondo sia un luogo migliore. Abbiamo nemici crudeli e spietati, che non si fermano davanti alla vita di persone innocenti, e che, se potessero, ci bombarderebbero con gli ordigni più spaventosi. Ci sono stati che li appoggiano e che potrebbero aiutarli a procurarsi questi ordigni, perché sono animati dallo stesso odio assoluto nei confronti dell’occidente. Questa è la principale minaccia che incombe sulla nostra epoca e dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze che possono avere le nostre decisioni in tutte le sfide regionali o globali che dovremo affrontare.
Una volta, parlando dell’America, il presidente Harry Truman disse: “Dio ci ha creato e condotto alla nostra attuale potenza per uno scopo di ordine superiore”. Ai suoi tempi, questo scopo era contenere il comunismo e costruire le condizioni per la pace e la prosperità, superando indenni la Guerra fredda. Ora è il nostro turno. (...) Ma oggi non siamo da soli. C’è la grande forza collettiva dell’Unione europea, e ci sono grandi nazioni come l’India, il Giappone, l’Australia, il Brasile, la Corea del sud, il Sud Africa, la Turchia e Israele, per citare soltanto alcune delle democrazie più importanti. Ma ci sono anche nazioni sempre più potenti, come la Cina e la Russia, che esercitano una grande influenza sul sistema internazionale. In un mondo siffatto, caratterizzato da potenze di ogni genere diffuse su un territorio sempre più ampio, gli Stati Uniti non sono più in grado di mantenere la leadership soltanto in forza della loro potenza.
Dobbiamo essere forti politicamente, economicamente e militarmente. Ma dobbiamo anche riuscire a convincere altri alla nostra causa, dimostrando ancora una volta le virtù della libertà e della democrazia, difendendo le regole della società civile e creando nuove istituzioni internazionali capaci di promuovere la pace e la libertà. Soprattutto, la leadership nel mondo odierno significa saper accettare le nostre responsabilità.
Una di queste responsabilità è quella di essere un alleato onesto e affidabile delle democrazie. Non possiamo costruire da soli una pace duratura, né vogliamo farlo. Dobbiamo consolidare le nostre alleanze globali per farne il perno di un nuovo organo globale – una Lega delle democrazie – capace di rappresentare tutte le democrazie del mondo, al fine di promuovere i nostri valori e difendere i nostri interessi comuni. Al centro di questo nuovo organo deve stare il rispetto e la fiducia reciproca. (...)
Quando riterremo che sia necessario un intervento internazionale, di tipo militare, economico e diplomatico, cercheremo di convincere i nostri amici che abbiamo ragione. Ma, in cambio, dobbiamo essere anche pronti a lasciarci convincere da essi in altre occasioni. Se vogliamo davvero che gli altri guardino all’America come a un modello da imitare, il nostro paese deve dare l’esempio di un’assoluta integrità. (...)
Il modo in cui ci comportiamo in casa nostra è determinante per il modo in cui siamo percepiti da fuori. Dobbiamo combattere i terroristi e allo stesso tempo difendere i diritti che rappresentano il fondamento della nostra società. Non possiamo torturare o trattare in modo disumano i sospetti terroristi che abbiamo catturato. Ritengo che dovremo chiudere Guantanamo e collaborare con i nostri alleati per costruire un nuovo accordo internazionale sul trattamento dei detenuti più pericolosi.
Esiste una buona cittadinanza internazionale. Dobbiamo essere buoni custodi del nostro pianeta e unirci con altre nazioni per aiutare a conservare la nostra casa comune. I rischi del surriscaldamento terrestre non hanno confini. Nei prossimi anni noi e le altre nazioni dobbiamo diventare seri per ridurre in modo sostanziale le emissioni di gas serra oppure lasceremo ai nostri nipoti un mondo sminuito. Abbiamo bisogno di un successore del Trattato di Kyoto, un sistema cap-and-trade che abbia il necessario impatto ambientale in una maniera economicamente responsabile. Noi americani dobbiamo guidare con l’esempio e incoraggiare la partecipazione del resto del mondo, principalmente le potenze economiche in via di sviluppo di Cina e India. (...)
Oggi, nel mondo, la potenza si sta spostando verso est: la regione dell’Asia orientale è in grande ascesa. Insieme al nostro antico alleato, il Giappone, possiamo cogliere l’opportunità per dare vita a un secolo più sicuro, prospero e libero, tanto per l’America quanto per l’Asia. Uno dei compiti più importanti del prossimo presidente degli Stati Uniti sarà quello di affrontare l’ascesa della Cina. La sua nuova potenza impone alla Cina nuove responsabilità. La Cina può confermare la propria pretesa di una “ascesa pacifica” mantenendo una maggiore trasparenza sul proprio programma di rafforzamento militare, collaborando con il mondo per isolare stati paria come la Birmania, il Sudan e lo Zimbabwe, e smettendo di cercare di stabilire forum regionali e accordi economici con lo scopo di escludere l’America dall’Asia. La Cina e gli Stati Uniti non sono destinati ad essere per forza avversari. Abbiamo numerosi interessi in comune e possiamo ragionevolmente sperare di sviluppare le nostre relazioni in un senso vantaggioso per entrambi i paesi e per il mondo nel suo complesso. Ma fino a quando la Cina non si incamminerà sulla via della liberalizzazione politica, le nostre relazioni potranno essere basate soltanto su temporanei interessi comuni e non sulle solide fondamenta di valori condivisi.
Gli Stati Uniti non hanno vinto da soli la Guerra fredda: è stata l’alleanza transatlantica a vincerla, con la collaborazione dei suoi alleati in tutto il mondo. I legami che abbiamo con l’Europa, in termini storici, di valori e di interessi, sono profondissimi. Gli americani dovrebbero rallegrarsi dell’ascesa di un’Unione europea forte e fiduciosa in se stessa, e continuare a sostenere la necessità di una Nato solida e forte. Il futuro dell’alleanza transatlantica sta nella capacità di affrontare le sfide del XXI secolo in tutto il mondo: sviluppare una politica energetica comune, creare un mercato comune transatlantico che leghi più strettamente le nostre economie, risolvere il problema di una Russia revanscista, istituzionalizzare la nostra cooperazione su questioni come il cambiamento climatico, gli aiuti all’estero e la promozione della democrazia. Dobbiamo fare in modo che il G8 torni ad essere un club di democrazie del libero mercato: bisogna includervi il Brasile e l’India ed escludervi la Russia. Anziché tollerare il ricatto nucleare della Russia, le nazioni occidentali devono affermare che la solidarietà della Nato, dal Baltico fino al Mar Nero, è indivisibile e che le sue porte rimangono aperte a tutte le democrazie impegnate nella difesa della libertà. (...)
Ci rafforzerà anche la decisione di affrontare la minaccia suprema della nostra epoca: la minaccia del terrorismo islamico. La definisco suprema non certo perché sia la sola. Il mondo odierno è pieno di pericoli, e la nostra politica estera dovrà dimostrarsi estremamente agile per affrontarle tutte. Ma la minaccia posta dai terroristi è di tipo speciale. Soltanto i terroristi impegnano tutte le proprie energie e la loro stessa vita allo scopo di uccidere uomini, bambini e donne innocenti. Soltanto i terroristi cercano di procurarsi armi nucleari non per difendersi e rafforzare il proprio prestigio ma per usarle contro di noi non appena possibile. Qualsiasi presidente che non darà la massima priorità a questa minaccia non sarà degno di sedere alla Casa Bianca, perché non assolverebbe al compito più importante di un presidente, vale a dire quello di proteggere la vita del popolo americano.
L’11 settembre ci ha tragicamente insegnato che una difesa esclusivamente passiva non è in grado di proteggerci. Dobbiamo proteggere i nostri confini. Ma dobbiamo anche mantenere una strategia aggressiva per affrontare ed eliminare i terroristi ovunque cerchino di operare e impedirgli di radicarsi all’interno di stati falliti. Oggi al Qaida e altre organizzazioni terroristiche operano in tutto il mondo e cercano di insediarsi in Asia sudorientale, in Asia centrale, in Africa e nel medio oriente. (...) Ho chiesto che il nostro governo adotti nuovi provvedimenti per affrontare la sfida dell’estremismo islamico, impegnando maggiori risorse, anche di tipo civile, per prevenire nuovi conflitti e risolvere i problemi di quelli già conclusi. Il nostro obiettivo deve essere quello di vincere i “cuori e le menti” della grande maggioranza dei musulmani moderati che non vogliono che il proprio futuro cada nelle mani di una piccola minoranza di estremisti violenti.
In questa battaglia, le borse di studio saranno più importanti delle bombe intelligenti. (...) I nostri sforzi in Iraq e in Afghanistan sono a questo proposito fondamentali e non possono essere considerati separatamente dalla nostra strategia complessiva. Queste due nazioni, all’interno dell’inquieta regione in cui si trovano, possono essere focolari di estremismo e instabilità oppure diventare pilastri di stabilità, tolleranza e democrazia. Per parecchi decenni in medio oriente la nostra strategia si è fondata sull’alleanza con gli autocrati al fine di garantire ordine e stabilità. Abbiamo fatto affidamento sullo scià dell’Iran, sui dittatori egiziani, i generali pachistani, la famiglia reale saudita e addirittura, in un momento, su Saddam Hussein. Alla fine degli anni Settanta questa strategia ha iniziato a perdere colpi. Lo scià è stato rovesciato da una rivoluzione islamica radicale che è ancora oggi al potere a Teheran. Il fermento che questa rivoluzione ha scatenato nel mondo musulmano ha provocato una situazione di sempre maggiore instabilità. Gli autocrati hanno inasprito la repressione in patria e subdolamente aiutato il radicalismo islamico all’estero nella speranza di non divenirne essi stessi le vittime. Ma l’oppressione esercitata dagli autocrati si è mescolata con la teologia dogmatica degli islamisti e ha prodotto una tempesta perfetta di odio e intolleranza.
Non possiamo più illuderci di poterci affidare a queste ormai anacronistiche autocrazie. Non garantiscono più un’autentica stabilità, ma solo il suo miraggio. Non dobbiamo pretendere un mutamento immediato e improvviso. Ma non possiamo nemmeno accettare che lo status quo sia ancora sostenibile o addirittura nel nostro interesse. Il cambiamento sta già avvenendo, indipendentemente dalla nostra volontà. La sola questione è se saremo in grado di indirizzare questo cambiamento in un senso che sia di vantaggio per tutta l’umanità o se invece permetteremo ai nostri nemici di impadronirsene per i loro detestabili scopi. Dobbiamo impegnarci per diffondere la libertà, usando tutti gli strumenti di cui disponiamo in quanto popolo libero. Questo non è semplice idealismo. E’ invece il genere più autentico di realismo. Saranno le democrazie del mondo a porre i pilastri sui quali potremo costruire una pace duratura. (...)
Molta gente ci domanda come si debba definire il successo. In Iraq e Afghanistan successo significa l’affermazione di uno Stato pacifico, stabile e democratico che non minacci i propri vicini e contribuisca alla sconfitta del terrorismo. Significa il trionfo della tolleranza religiosa sul radicalismo violento. Chi sostiene che i nostri obiettivi in Iraq sono irraggiungibili si sbaglia di grosso, proprio come si sbagliava un anno fa quando sosteneva che le guerra in Iraq era già persa. A partire dal giugno del 2007 in Iraq la violenza etnica e settaria si è ridotta del 90 per cento. Le morti di civili sono diminuite di oltre il 70 per cento. Le perdite delle forze della coalizione sono anch’esse diminuite del 70 per cento. Questa importante riduzione della violenza ha aperto le porte al ritorno di una quasi normalità per i cittadini iracheni, sia sul piano politico che su quello economico. La gente riprende a lavorare. I mercati sono aperti. Le rendite petrolifere aumentano. L’inflazione scende. Si prevede che nel 2008 l’economia crescerà del sette per cento. In tutto l’Iraq si sta producendo una riconciliazione politica, sia a livello locale che provinciale. Sunniti e sciiti, cacciati dalle loro case dalla violenza settaria e terroristica, stanno facendovi ritorno.
A livello nazionale, i progressi sul piano politico sono stati troppo lenti, ma qualcosa è stato fatto. I critici dicono che l’aumento delle truppe non è una soluzione, e che dobbiamo cercare di fare in modo che l’Iraq raggiunga l’autosufficienza. Sono d’accordo. Gli stessi iracheni devono assumersi la responsabilità della propria sicurezza e anche del proprio destino politico. Questo non vuol dire però che dobbiamo ritirarci immediatamente dall’Iraq senza preoccuparci delle conseguenze. Dobbiamo mantenere un atteggiamento prudente e responsabile e aiutare gli iracheni a mettersi nelle condizioni in cui non avranno più bisogno di noi. (...)
In Iraq ci siamo assunti una responsabilità morale. Sarebbe davvero un atto di vergognoso tradimento, una macchia sulla reputazione della nostra nazione, se ce ne andassimo via abbandonando il popolo iracheno alla violenza, alla pulizia etnica e al genocidio. I nostri critici dicono che l’America deve ricostruire la propria immagine nel mondo. Come possono allora proporre allo stesso tempo una rinuncia, moralmente riprovevole, alle responsabilità che ci siamo assunti in Iraq? Chi sostiene che dovremmo ritirarci dall’Iraq per combattere con più efficacia al Qaida altrove commette un pericoloso errore. Dove era insiedata prima ha poca importanza: il punto è che ora al Qaida è radicata in Iraq, così come nelle terre di confine tra Pakistan e Afghanistan, nonché in Somalia e in Indonesia.
Se ci ritiriamo troppo presto dall’Iraq, al Qaida riuscirà a sopravvivere sul territorio, proclamerà la vittoria e continuerà a provocare tensioni settarie che, anche se sono state sopite dal successo delle ultime operazioni, continuano ad esistere. In Iraq la guerra civile potrebbe facilmente degenerare in un vero e proprio genocidio, destabilizzando l’intera regione. Ritengo che un ritiro prematuro rappresenterebbe una terribile sconfitta per i nostri valori e i nostri interessi di sicurezza. Anche l’Iran considererebbe un nostro ritiro prematuro come una vittoria, e il principale stato sponsor del terrorismo, con ambizioni nucleari e lo scopo dichiarato di distruggere Israele, aumenterebbe significativamente la propria influenza in medio oriente. Le conseguenze di questa nostra sconfitta ci perseguiterebbero per anni. Chi sostiene l’immediato ritiro, come fanno entrambi i candidati democratici, propone di seguire una strada che prima o poi ci farebbe precipitare in una guerra ancora più grande e difficile. Mi oppongo al ritiro non perché sia indifferente alla guerra e alle sofferenze che causa a molte famiglie americane. Al contrario, ho assunto questa posizione perché odio la guerra e so per esperienza personale quanto possa essere dolorosa. Ma so anche che talvolta dobbiamo fare dei sacrifici per evitare di doverne fare di ancora maggiori in un momento successivo. Mi sono candidato alla presidenza perché voglio che il paese che amo e che ho servito per tutta la mia vita sia sicuro e perché intendo affrontare le sfide del nostro tempo. Mi sono candidato alla presidenza perché so che spetta all’America, più che a qualsiasi altro, il compito di mettersi alla guida del mondo per costruire le fondamenta di una pace stabile e duratura, una pace fondata sulla forza del nostro impegno, sugli ideali della nostra patria, sulla nostra capacità di guardare al futuro e sul nostro coraggio di prendere decisioni difficili. Mi sono candidato alla presidenza perché sono assolutamente convinto che abbiamo la capacità di creare un mondo migliore di quello che abbiamo ereditato.
John McCain
(traduzione di Aldo Piccato)